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Che senso ha

Riflessioni sul "Cinema di Dio"  di Alberto Melgrati

 

Gli alpinisti non sono uomini normali. Gli uomini normali, soprattutto quando un alpinista muore o si fa male, si schierano compatti a mo’ di platea a domandarsi: perché l’ha fatto? Che senso ha? Sorpresa, sconcerto, disapprovazione plateale: tutti d’accordo a giudicare senza appelli. Come se sapessero in cuor loro che gli alpinisti non se lo chiedono mai e sostanzialmente sono degli irresponsabili egoisti.

In verità gli alpinisti sono diversi proprio per il motivo opposto: un alpinista si chiede ‘che senso ha?’ molto, ma molto più spesso di un uomo normale. Se lo chiede costantemente: ogni settimana mentre sogna le spedizioni future, il giorno che precede l’attacco, la notte mentre spinge sé stesso fuori dal bivacco, gli istanti di disperazione davanti al passaggio chiave, e via dicendo. Gli uomini normali in fondo hanno bisogno proprio degli alpinisti, delle loro conquiste inutili e ancora di più dei loro incidenti spettacolari, per tornare a chiedersi ogni tanto: ‘ma che senso ha?’

In merito alle risposte, ogni alpinista ha le sue approssimazioni, io ho le mie e posso parlare di queste. Dato che si tratta di ‘cose ultime’, … non si parla di etica della montagna o di differenze tra plaisir e professionismo; non c’è modo di appoggiarsi a scuole di pensiero. Nemmeno i ‘grandi’ aiutano granché, alzi la mano chi è si sente più a posto perché ha letto e riletto le filosofie dei Buhl dei Bonatti dei Messner del Nuovo Mattino … Io no. Lo sgomento abissale che a volte assale chiunque vada in montagna con il ‘tarlo dell’alpinista’ non si placa con nessuno yoga. Le parole di altri ‘insensati’ possono al limite confondere lo stato di cose.           

Bisogna rimanere ancorati al fondo e prima di tutte le istituzioni create intorno alla montagna: i club alpini, l’epoca d’oro, l’hymalaismo, il culto dei Defunti Prematuri, i comportamenti sostenibili, la tecnologia invadente, l’adeguata preparazione, i libri ‘necessari’, compreso quello di vetta: e un immancabile set di friend da 400 euro, altrimenti saranno lì a commentare sopra il tuo corpo stecchito alla base della parete: ‘Che senso aveva?’.

Chiedo a un istruttore CAI: che differenza c’è tra un camminatore cocciuto che in solitaria raggiunge il Mont Avril in Val di Ollomont o il Finailspitze da Vent evitando rifugi e bivacchi, e un collezionista perfettamente equipaggiato che si mette in coda con la sua cordata per arrivare in vetta al Breithorn o al Gran Paradiso? La risposta è: il primo non usa la tecnica, il secondo si quindi il secondo è un alpinista. Qualche differenza oggettiva la si deve pur mettere. Corretto, in un certo senso non ci sono risposte alternative valide per poter regolare il traffico. Ma pur sempre deludente.

Uscendo da queste pur necessarie categorie, è più facile cominciare a dire cosa non c’entra - o c’entra poco - con l’alpinismo. Innanzitutto, non siamo degli ‘sportivi’ e non siamo degli ‘estremisti’, non sottovalutateci. Non siamo un’alternativa al bungee jumping o al windsurf, con tutto il rispetto per queste attività motorie. A chi mi dice che questo venerdì viene ad arrampicare mentre martedì non può perché sta facendo un corso di arti marziali, e poi sabato prossimo c’è la partita a tennis … non lo invito più, se ne vada a continuare la serie altrove. E se mi fanno notare che questo mondo è pieno di blogger-climber che discettano con sufficienza di una loro via di sesto percorsa con le muffole alle mani e i pattini ai piedi, a un settimo del tempo scritto in relazione, rispondo che nemmeno questi sono propriamente alpinisti. L’alpinista non ha problemi di comunicazione col mondo, è soddisfatto delle dimensioni del proprio pene, ha ottime relazioni con sua madre e spesso riesce anche ad avere degli affetti normali. (So che quest’ultimo punto è un po’ discutibile ma sono disponibile a ridurre l’ampiezza del gruppo…)

Se dovessi invece cominciare ad ‘affermare’ qualcosa, partirei dai rifugi. Il Rifugio di nome e di fatto. Il luogo al riparo in una periferia del cosmo, l’aria siderale intorno. I nidi sul cucuzzolo; il Nuvolao, il Comino, il Parravicini: ognuno ha la sua lista. Qui ci si avvicina a qualcosa di profondamente sensato. Il sogno infantile di fare l’astronauta. Un riparo proiettato in mezzo al tutto o al nulla disumano, ovvero che sta propriamente fuori dalla nostra umanità. Fiondati a forza di gambe e con i nervi sovra-sollecitati, su un fragilissimo punto di osservazione divina, a 360° sopra la Terra. All’alba, nel momento in cui il sole comincia a battezzare le cime per ordine di altezza, l’alpinista ‘vive’ quello che nessuna Piazza San Marco, nessuna Mona Lisa, nessuna cultura umana può restituire: il cinema di Dio, come sta scritto correttamente in un manuale americano. Succede all’alba ma può succedere anche prima e anche dopo. L’alpinista non assiste misticamente, ma ci si muove dentro, nel tempo che scorre, con il terrore e la fatica che accompagnano queste visioni abissali: se atterraste all’alba sullo stesso plateau ghiacciato ma con l’elicottero anziché con le vostre gambe e la vostra voglia matta, non vedreste nulla di nulla.

Giocare a carte o raccontarsi storie umane dentro una tenda o in una truna, mentre appena fuori dalla cerniera a zip ci sono il Granito e il Ghiaccio, il Buio e il Vuoto, la Violenza e la Bellezza. La loro invadenza è tale che spesso non si riesce a giocare né a pensare né a fare qualsiasi cosa di umano. L’uomo è come schiacciato e si trova costretto all’essenziale: respirare e contare le forze collettive. La cordata - il topos della relazione tra uomini-alpinisti - è un affidamento obbligato della propria vita alle mani e al buon senso dell’Altro. E - oltre a ciò - la strada percorsa insieme si dipana col pensiero fisso e quasi amicale della morte. Non ci sono condizioni più essenziali e alte per obbligare l’uomo ad amare la propria vita e il proprio tempo che sfugge. ‘Rinuncia oggi, tanto le montagne restano lì’: sì, ma io non resto qui a lungo.

Ce n’è abbastanza per giustificare non solo il senso ma anche l’ossessione, e anche un po’ lo spaesamento latente che ci assale mentre quel giorno, in un consesso di umani normali che discutono del Più e del Meno, noi leviamo per l’ennesima volta gli occhi in su per cercare di capire che tempo farà domani, come si chiama quella cima, come ci si potrà salire …

Alberto Melgrati - febbraio 2012