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Il volo della grola

Esplorazione nel Gruppo di Brenata - Prima salita del campanile Giac

 

Saliamo sbuffando, dapprima nel fitto bosco, poi tra i mughi e coste erbose coperte di neve.  

O meglio, arranchiamo, sotto il peso degli zaini carichi di materiale lungo l’erta traccia illuminata dalle luci frontali. Le scarpe da trekking mal si prestano a questo terreno, ma come speravamo la prima neve dell’anno è indurita dal gelo notturno e porta bene, faticheremo al ritorno ma almeno non dovremo tirarci dietro gli scarponi in parete.

Finalmente, dopo un’ora di buon cammino, schiarito dalle prime luci dell’alba vediamo il nostro obbiettivo…

Alle propaggini meridionali delle dolomiti di Brenta vi è un piccolo insieme di cime, il sottogruppo del Vallon: Cima della Finestra; Castello dei Camosci; cima Pradaiola; Cima Vallon, si tratta di luoghi pochissimo frequentati, molto impervi e assolutamente affascinanti. Tutta la zona è caratterizzata da un groviglio di creste e vallette secondarie popolate da branchi di camosci, piccole vedrette nevose poste all’ombra di imponenti pareti, dall’aspetto selvaggio e inaccessibile.

Pare purtroppo che l’aspetto della friabilità della roccia, unito alla severità dell’ambiente e degli avvicinamenti abbiano negli anni scoraggiato gli alpinisti, tanto che secondo la “bibbia” (ovvero la guida Buscaini) esiste in tutto il sottogruppo un unica scalata degna di nota. Si tratta di una via aperta nel 55’da Bepi Loss e Emilio Bonvecchio, su un elegante cuspide nella zona della Finestra, battezzata dai salitori “Campanile dei Boci”.

Questa difficile salita, forse ancora irripetuta, ci ispirava molto, così durante l’estate un’escursione con gli amici alla Cima della Finestra è stata la scusa per un controllo: effettivamente lungo il sentiero si passa nei pressi di un bellissimo ed elegante campanile, (visibile dal parcheggio del rifugio Brenta guardando verso nord-est) che presenta verso sud un evidente successione di diedri che potrebbero rappresentare una logica anche se difficile via di salita. Rispetto alla breve relazione lasciata dai primi salitori (che morirono in un incidente alpinistico poco dopo lasciando pochissime informazioni) vi sono però delle notevoli incongruenze: dovrebbe esserci uno zoccolo di 100 metri di IV e a metà parete una cengia per aggirare il campanile, ma non ve ne è traccia. La linea comunque è allettante e vale la pena comunque di fare un tentativo.

30 Ottobre: L’estate è sfuggita ma io e il mio amico Stefano Bianchi  decidiamo di tentare comunque, neve ce né poca e non fa troppo freddo.

-“Allora  Stefano, cosa ne pensi?”- lui tace un po’ e guarda il diedro giallo e strapiombante: -“Era meglio andare in falesia...”-, -“Va là falesia, taci e cammina!”- rispondo ridendo: sò che scherza, Stefano è in gamba e anche a lui piace “incrodarsi” di tanto in tanto.

In pochi minuti siamo alla base del campanile, per una facile rampa di II° raggiungiamo un terrazzino sulla destra del camino iniziale, c’è un comodo mugo di sosta e decidiamo di partire da qui. Il tempo non è un granchè, coperto e abbastanza fresco, ci vestiamo e prepariamo i “ferri”: abbiamo con noi friend, excentrix e una ventina di chiodi, alcuni dei quali artigianali.

Il primo tiro parte ingaggiato: con un esposto traverso a sinistra si entra nel camino giallo, inizialmente l’erba rende precari i passaggi ma presto si esaurisce all’aumentare di verticalità della roccia. Una stozzatura del camino mi crea qualche problema, avverto Stefano di stare all’occhio e “strusciandomi” a qualche modo riesco a passare “in opposizione”. Un buon chiodo all’uscita e poco dopo raggiungo una nicchia riparata dai sassi che potrebbero cadere dopo...trovo una fessura e pianto due bei chiodi che entrano nella roccia di gusto.

E il primo tiro c’è, nell’ordine del V° (e sarà il più semplice) fin qui nessun segno di passaggio, forse come speravamo siamo i primi a passare.

Prima di Stefano mi raggiungono i suoi epiteti irripetibili rivolti allo zaino che lo incastra nel camino come un nut, alla fine si libera e mi lascia l’odiato fardello, scambiati i ferri parte lui.

Aspetto al freddo, intuendo la situazione dalle martellate che mi arrivano nitide, poi il richiamo:”Sosta, vieni”. Lascio i chiodi e parto: supero un primo strapiombo aggrappandomi alla staffa lasciata gentilmente dal socio, segue una bellissima arrampicata su roccia sana e appigliata, uno strapiombino atletico e sono in sosta.

Segue un traverso a sinistra un po’ più semplice, troviamo un altro buon punto di sosta e decidiamo di fare una pausa. La situazione è delicata: è già mezzogiorno e la progressione su un terreno sconosciuto, il freddo in sosta ma soprattutto la vista del diedro strapiombante che ci sta sopra ci rendono un po’ indecisi, il tetto finale che sbarra il passaggio sembra proprio duro. Siamo quasi sul punto di mollare e lanciare la prima doppia quando un bel sole fa capolino dalle nuvole: l’ambiente subito migliora e basta a convincerci, facciamo almeno un tentativo! Parto deciso ma il primo strapiombo mi fa subito penare, la roccia è abbastanza friabile e mi dò una martellata sul pollice ( colorite imprecazioni) penso: se adesso volo torniamo indietro. Invece pian piano mi alzo, alternando passi di artificiale alla libera su roccia di migliore qualità arrivo ad una decina di metri dal tetto che sbarra il diedro, una provvidenziale fessura accetta due buoni chiodi, e per fortuna perché la sosta e praticamente appesa! Mentre recupero Stefano ho tempo per guardarmi attorno, il posto è davvero splendido: a est le creste dirupate del Castello dei Camosci sono bianche di neve e solcate da erti canalini, di fronte il sole sta calando verso il Carè Alto, all’orizzonte spicca la sua bellissima cresta sud-est. Le imprecazioni di Stefano mi riportano alla scalata: tentando di togliere un chiodo insicuro ha maciullato a martellate una fettuccia nuova. In breve mi raggiunge, lui è bravo in libera ma a tirare chiodi me la cavo meglio io quindi riparto da primo: il tetto è faticoso e un pò bagnato, provo con apprensione i friend prima di caricarli ma fortunatamente non mi salta in faccia niente e dopo varie contorsioni riesco a piantare un buon chiodo fuori dal bordo. Restano ancora una decina di metri in libera, sono piuttosto cotto e ad una considerevole distanza dal chiodo quando una “Grola” (un gracchio alpino) lancia un richiamo volteggiando a breve distanza dalla mia testa: è bellissimo ma per lo spavento quasi piombo giù!

Ancora qualche metro di convulsa progressione su mughi coperti di neve e sono in cima: lancio urli di sfogo mentre attrezzo la sosta su un bel mugo “Vieni vecio, siamo in cima!”. Con qualche pendolo in breve Stefano mi raggiunge: pacche sulle spalle e previsioni di enormi birre una volta a valle. In cima lasciamo una scatola del caffè con un biglietto: “30 ottobre 2010 Stefano Bianchi e Francesco Salvaterra, prima salita del diedro sud”. Un fischio ci richiama all’attenzione: alla nostra stessa quota, dai ripidi pendii rocciosi della parete opposta al campanile un grosso camoscio maschio ci stà lanciando dei richiami di sfida, forse si sta chiedendo cosa ci fanno quei due estranei su quel cocuzzolo che non è mai riuscito a raggiungere. Dopo esserci cambiati le scarpe in equilibrio sulla neve caliamo dal lato ovest una doppia estremamente aerea ancorata ad un mugo: tutta in strapiombo per 55 metri giusti, giusti per arrivare alla roccia e piantare due chiodi. La seconda doppia è più semplice e in breve siamo nel canale e allo zaino lasciato all’attacco. Nella discesa, tra vari scivoloni ci scambiamo le opinioni sulla salita: la nostra via, battezzata sul momento “Il volo della grola” ha uno sviluppo di circa 170 metri, la valutiamo di VI /A2, anche se ora con la roccia più pulita e qualche chiodo probabilmente sarà arrampicabile su difficoltà superiori. La roccia è stata una vera sorpresa: salvo un breve tratto giallo e friabile, “i rossi” e “i grigi” sono sanissimi e appigliati.

Siamo entrambi convinti che questo campanile non sia quello “dei Boci”, per vari motivi: questo è più basso (circa 160mt contro i 250mt dichiarati sulla guida), inoltre non ci sono tracce ne alcun riscontro con la relazione dei primi salitori. Osservando bene ogni lato abbiamo valutato che la via da noi salita è probabilmente la più semplice della parete, la via “normale” per capirci, il campanile infatti ha una forma singolare: la base infatti è più stretta della vetta, di conseguenza ogni versante strapiomba e sembra  inaccessibile con mezzi tradizionali. Nel corso di un altro sopralluogo, più a ovest verso malga Movlina abbiamo individuato un imponente torrione, più alto e tozzo, che presenta uno spettacolare spigolo, dalle descrizioni potrebbe essere lui il misterioso campanile…la ricerca della via di Loss e Bonvecchio sarà una sfida per il prossimo anno!

Tenuto conto di ciò siamo quindi convinti di avere salito in prima assoluta questo bel campanile, e abbiamo deciso di chiamarlo Campanile Giac, dedicandolo a Fabio Giacomelli, (Giac era il suo soprannome) forte alpinista Trentino morto nel 2009 sul Cerro Torre. Noi non conoscevamo Fabio se non di fama, ma per la sua grande passione per queste montagne abbiamo pensato che poteva essere una buona idea dedicargli una piccola elevazione del suo amato Brenta.

Questa è stata per noi una piccola avventura che ricorderemo per sempre, aprire una via tutta nostra, e senza saperlo essere i primi a salire sulla cima di un elegante guglia, non in karakorum, ma nel famoso e frequentato gruppo di Brenta, è una soddisfazione non da poco.

Perché c’è ancora molto da esplorare, l’avventura, di cui tanto si parla, non si trova necessariamente su enormi pareti all’altro capo del mondo, o su vie famose super-attrezzate, ne tantomeno sulla carta patinata di qualche rivista: l’avventura è dietro l’angolo, basta andarsela a cercare.

Francesco Salvaterra  2010