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This is Patagonia?

un racconto di Francesco Salvaterra

“Carina la barista e’? un bocconcino.. tu come sei messo a materiale da bivacco?”. “Ho il sacco a pelo dell’Aconcagua, perche?”. “Non va bene, pesa troppo...dovrai trovarti un sacco da bivacco. La prossima finestra di bello noi andiamo alla Affanasief al Fitz, può darsi che ti prendiamo dietro.…ma lì bisogna tirare fuori le palle.”

 

Siamo in un bar di El Chaltèn, Patagonia australe. Così, di fronte a una birra mentre guarda il fondoschiena della ragazza dietro al bancone Max mi arruola per la via più lunga del Fitz Roy.

Per qualche secondo sto zitto, non realizzo…il Fitz…solo qualche secondo: ”Io ci sto! Spero di cavarmela, farò del mio meglio.” “Bene, in questi giorni si fa boulder e prepariamo la roba, alla “ventana” (finestra) si và!”

 

E’ circa un mese che vagabondo per l’Argentina, sono stato sull’Aconcagua e a Bariloche. Un viaggio dopo gli esami di maturità per pensare un po’ a cosa fare nella vita, anche se finora non ho pensato a un tubo.

Qui a Chaltèn ho scalato un po’ con un Argentino, (con non pochi problemi di comunicazione), poi ho incontrato Max e Hans Martin. Ci conosciamo poco ma questa è un’ occasione che non voglio perdermi.

 

18 febbraio 2011: E’ l’alba, si parte. Esco dal mio ostello con lo zaino e raggiungo l’abitazione di Max e Hans, ci attende un taxi che in mezz'ora di strada dissestata ci porta fino al ponte rosso dove parte il nostro sentiero. La marcia è lunga e faticosa: Piedra Del Fraile, Piedra Negra, Passo del Quadrado e giù per il ghiacciaio fino alla base della Supercanaleta. Sei ore di buon passo con zaini non proprio leggeri, l’attrezzatura comunque é ridotta al minimo: cibo per tre giorni, due corde, friend, dadi, un martello. Per risparmiare peso abbiamo solo le scarpe da trekking e dei ramponcini con le cinghie, più leggeri di così non potremmo essere.

Saliamo un primo nevaio, a una terrazza via le scarpe mizze e su le scarpette: sono le una e inizia la scalata. L’ordine della cordata rimarrà invariato per tutta la via: Max scala da primo, segue Hans e io per ultimo tolgo le protezioni.

Qualche tiro di media difficoltà, poi il tiro duro della giornata: 60 metri di fessure verticali e in parte friabili intasate di neve e verglass: Max sale bene cavando ghiaccio qua’ e là a martellate, poi tocca a noi.

Faccio una fatica boia, la zaino mi tira giù e non mi fido dei piedi sempre nell’acqua. Se ci fossero più protezioni mi ci tirerei su volentieri; ma non ci sono.

Rapido giro del materiale e si riprende, proseguiamo sul filo della cresta per molti tiri non troppo duri e arriviamo verso sera alla cengia del primo bivacco…troviamo un gran masso piatto e allestiamo un muretto di riparo, un posto magnifico.

Super cenetta con minestra disidratata e ci godiamo un tramonto mozzafiato: il sole esalta il profilo dei funghi di ghiaccio sul Torre alla nostra sinistra e le ripide pareti della Guillamet e Marmoz a destra, il campo ghiacciato dello Hielo Patagonico Sur domina l’orizzonte.

In breve viene freddo, ci apprestiamo al bivacco: Max e Hans hanno un sacco a pelo modificato in due e le corde sotto il culo, io non ho trovato da comprare un sacco da bivacco e mi infilo in un grande sacco nero delle immondizie trovato al “mercado”, ho un quadrato di gommapiuma e sono vestito con tutto quello che ho, le gambe nello zaino. Un po’ emozionato penso ad alta voce: “Sapete che questo è il mio primo bivacco in parete”, Hans mi guarda e si fa una risata (immagino anche per il mio aspetto da larva nerastra). con il suo simpatico accento tedesco mi fa: “il primo bivacco e lo fai sul Fitz Roy! Un vero lusso!”

La notte è infinita: ho un freddo cane e non riesco proprio a dormire, provo a godere della vista del cielo stellato ma non é che mi conforti granchè, anche perché non si concilia con il russare tipo motore due tempi di Hans.

Finalmente dopo una rapida colazione riprendiamo la scalata: per dieci tiri tutti dal 6a al 6c saliamo una bellissima placconata solcata da fessure: la roccia è ottima anche se i quarzi sulle placche “scrocchiano” sinistri sotto le scarpette. Chiodi non ce ne sono, solo qualche sosta.

Arriviamo sul filo di una cresta che si affaccia con un’ esposizione da paura sulla Supercanaleta, ora ci aspettano dei tiri poco invitanti per una serie di diedri trasversali ingombri di blocchi “delicati”.

In breve Max attacca deciso il tiro più duro della via: un fessurone trasversale off-swit, friabile, farcito di ghiaccio e poco proteggibile: ci avverte che è tutto marcio e sale metodico la lunga fessura fino alla sosta. Tocca a noi, prima passa Hans, sul primo strapiombo dei rumorini della roccia mi preoccupano un po’ ma non cade niente, poi parto: il passo è “boulderoso” e mi sembra di avere uno gnomo malefico appollaiato sullo zaino e intenzionato a tirarmi giù, bestemmio e incastro un braccio in una lama fuori dal tetto, tutto succede in un attimo: la lama si apre e mi ritrovo a pendolare appeso alla corda sopra la voragine della Supercanaleta, mentre una specie ti tavolino da biliardo di granito mi passa a mò di ghigliottina a poche spanne dalla corda... mi sento un idiota, l’ho rischiata grossa. In qualche maniera mi riprendo e salgo la fessura, sempre dura ma meno marcia, il materiale da recuperare è poco... un tiro davvero psicologico per il primo di cordata.

Segue un altro tiro difficile e bagnato dove mi strascino sul lungo traverso terrorizzato dall’idea di pendolare un'altra volta, uno pensa: Fitz Roy roccia stupenda, io invece qui continuo a prendere lame del c…o.

Poi le difficoltà calano, arriviamo ad una cengia. Sono le otto e ci resta solo mezz’ora di luce, decidiamo di bivaccare qua. Il posto è strettino, ma questa volta sono più stanco e riesco a dormire un paio d’ore. Alle prime luci si riparte, oggi dobbiamo uscire il prima possibile.

In breve raggiungiamo lo “zaino dei francesi” abbandonato in parete dai primi salitori e siamo sotto l’ultimo tiro duro. La linea non e’ evidente e ci sbagliamo ma poi Max prende la fessura giusta, ora solo quinto grado fino in cima, dove arriviamo verso le una di una limpida giornata.

In cima ci sono un paio di cordate spagnole, pacche sulle spalle per tutti, qualche foto e giù per la Franco-Argentina, la discesa e’ lunga.

Doppie non sempre comode con l’intralcio di qualche cordata che sale, traversi da paura dove bisogna far passare i rinvii e siamo alla Breccia degli Italiani, cominciamo ad essere stanchi e nervosi, è da tre giorni che siamo in ballo, ma si continua. Il canale è pieno di blocchi instabili e neve marcia; un gran postaccio, a metà delle doppie accade il fattaccio: circa centocinquanta metri sopra di noi cominciano a calarsi due tipi maldestri, noi siamo tutti attaccati ad una sosta quando sentiamo un urlo di avvertimento e il rumore della scarica. La reazione è istintiva, ci rannicchiamo tutti contro la roccia cercando di sparirvi dentro, faccio in tempo a vedere tre grossi blocchi che ci carambolano addosso.

Gran botti tutto attorno, odore di zolfo e un urlo fortissimo; è passata, penso che a urlare sia Hans invece mi giro e vedo Max appeso alla corda. Lo tiriamo in sosta, non si nuove, penso: “cazzo l’è mort!”, invece con qualche scrollone si riprende, ha un forte dolore alla spalla sinistra.

In qualche maniera ordiniamo ai due che ci stanno sopra di non muoversi, nel frattempo si è fatta notte e ci mancano ancora 4 o 5 doppie.

La situazione non è per niente simpatica, su i frontalini, mi carico lo zaino di Max e inizio a scendere le altre doppie mentre Hans lo aiuta a calarsi: incalcolabili le mie bestemmie mentre cerco le soste in quel budello buio e marcio ma alla fine ci penzoliamo dall’enorme terminale e siamo sul ghiacciaio.

Non è ancora finita, anzi, dobbiamo ancora attraversare un lungo ghiacciaio tra ponti e crepacci e l’interminabile sentiero fino a Chaltèn. Max stringe i denti ma perde sangue dalla ferita ed è debilitato, siamo tutti stanchi e senza niente da bere e mangiare: dobbiamo scendere senza fermarci.

Come tre zombie barcollanti nella stupenda notte stellata ci trasciniamo a valle, impiegheremo più di dieci ore di marcia per arrivare finalmente alla stazione del pronto soccorso di Chaltèn.

Per la prima volta Max si spoglia e gli danno un occhiata alla ferita, è brutta, verrà trasferito d'urgenza all’ospedale di Calafate. Non mi reggo più in piedi, sono proprio alla frutta ma questa è la Patagonia, no? Prima di addormentarmi su una branda dell’ospedale per tredici ore filate guardo dalla finestra ed eccolo lì, il Fitz Roy è sempre lo stesso: bellissimo e selvaggio...forse sono io ad essere cambiato?

 

Aprile 2011

Francesco Salvaterra