Home PageFront PageNext pagePage Up

   

Dom, la vetta è più in là....

 

Vi sono montagne che assurgono a desiderio; altre a mito. Altre apparterranno sempre ai ricordi significativi di uno o della collettività. Alla prima categoria sono demandabili esperienze particolari, di realizzazione, successo, difficoltà o fallimento. Nella mia individuale piccola storia alpinistica il Dom occupa una parte a sé. Non troppo difficile, anche se non stupido. Fisicamente impegnativo senza essere estremo. Lontano; ed indubbiamente magnifico.

Già il suo nome rimanda all’immaginifico significato di Duomo che chiunque ne ammiri dal vivo o no le suadenti vestigia del versante più nascosto _ inevitabilmente il Nord _ finisce per attribuirvi. Un’associazione facile che non necessita sforzi di fantasia o astruse elucubrazioni. Il Dom è là; duomo di luci ed ombre; più luci, indubbiamente; cristallo nelle trasparenze di un’aria over quattromila; fasciato d’azzurro; di seracchi avvolto fino a svettare _ nomen omen _ nella sua elegante parte terminale a guisa di gotica cupola in una perfezione di forme di cuspide di razza; una Signora Cima; per dirla romanticamente all’antan.

Lo devo all’amicizia l’esserci stato. Perché per quanto abbia fatto, faccio e forse farò il ghiaccio ed il misto westeralpen non sarà mai il mio pane. Orientalista rimango. Sono e rimarrò. Abbarbicato al sole delle mie immensamente amate montagne di Dolomieu; al loro caldo sole; alle loro nere pecciete a fasciarne gli abbacinanti slanci; ai loro cullanti vaccini scampanii; alle lore enrosadire ad arcanizzarne  gli impareggiabili ultimi attimi del giorno; attimi da assaporare fino all’estremo cupreo riflesso con accanto le persone amate. Lo devo all’amicizia dunque. Una consolidata. Un’altra istantanea e necessaria come solo lo può essere in quel mondo. Che ha le sue regole, dure ed affascinanti; non scritte ma chiaramente tracciate nell’esperienza di chiunque abbia avuto occasione di confrontarvisi.

Gha la fo po! So sciopat!!”. Un’ammissione del genere da parte di Sandro, uomo tutto di un pezzo e dalla determinazione leggendaria mi lascia veramente perplesso. Mi sforzo di convincerlo. Ma io stesso, con alle spalle, a differenza di lui, una stagione di tutto rispetto, mi sento un po’ alle corde. Fa un freddo cane; l’aria è swarowskyana  e la cima è ancora lontana; cinquecento metri più in là; anzi, più in alto. E tutti oltre la fatidica quota 4000. “Vai! Se raggiungi gli svizzeri ce la fai di sicuro!”. Sono tremendamente incerto. Me ne stò lì un attimo. Guardo gli svizzeri, i due ragazzi conosciuti la sera prima alla Domhütte che viaggiano spediti verso il cuore della salita; con un lungo diagonale ascendente stanno entrando nel versante Nord del Dom, il versante interamente di ghiaccio e neve che centinaia di volte ho ammirato in fotografie e stampe d’epoca; una in particolare mi è impressa: sciatori di inizio secolo, giacchette attillate di panno; cappelli a falde larghe; sci chilometrici senza lamine e bastoncini con rondelle larghe trenta centimetri; fantastici pionieri; Marcel Kurtz sull’ultimo ripido tratto quasi a sfiorare con il palmo teso il culmine della celestiale cattedrale. Sono in fermento. Insisto. Un altro netto rifiuto che di una sincera amicizia ha tutto. E una scusante si fa necessariamente strada. E’ la terza volta che lo tento sto bestione. Lui è solo al primo tentativo. E ha un’esperienza di quota dieci volte superiore alla mia. Lo saluto e scatto come una faina all’inseguimento dei fuggitivi. Quando li ribecco ho la lingua sotto le lamine. E i successivi cento metri di dislivello sono da Golgota. Inizia la zona seriamente crepacciata. “Wont you join us?” ("vuoi unirti a noi?"). Ostrega se lo voglio. Non me piace n’a sega girare a strisciaguinzaglio tra stò buchi! “Yes, yes, thank you friends!!”. Mi metto in mezzo e sono pronto a schiattare pur di rimanere attaccato alla combriccola. Tristan è un mastino. Mi ricorda un altro uomo dei ghiacci che rimarrà sempre nella mia insignificante storia alpinistica personale. Attacca il ripido pendio con decisi colpi di lamina e passa oltre anche dove io mi fermerei due volte a pensare. Le "z" si fanno secche e tirate. Piccole superficiali slavinette. Eccola. Eccola maledizione. Ci siamo. Duecento metri di dislivello. Kurtz in giacchetta e sci lunghi duemetri-e-trentacentimetri; immagini sfuocate; colori sbiaditi di stampe d’antan; ostrega! Non ci vedo quasi più! Sto’ vento della malora. Tristan è fermo. Brutto segno. Maoch alle mie spalle manticia più del sotto scritto; magra consolazione; Bordate di vento e nugoli di cristalli; meno venti; "Tristan che cazzo fai???", farfuglio. “What??”; ma sono convinto che abbia capito il concetto; “I’m not sure for the summit!” ("non sono sicuro sulla strada da seguire per la cima") mi rimanda. “Not there!” ("non da quella parte!"), faccio indicando il ripido pendio a sinistra “The ridge, the ridge on the right!!” ("la cresta, la cresta sulla destra!!"). Mi fa segno di si con la testa. Certo, la facile cresta che adduce alla cima. La relazione ce l’ho in testa parola per parola. E mio Dio, fa che sia facile veramente! E che non ci siano di mezzo refusi, dimenticanze o relatori troppo ganzi! Una slavinetta più consistente delle altre ci fa arrestare di botto. “Too dengerous  for me! We have to leave the skis here!!” ("è troppo pericoloso secondo me! dobbiamo lasciare gli sci qua!!"). Lasciare gli sci? Insindacabilmente favorevole! Calziamo i ramponi e iniziamo la lenta processione nel medesimo ordine di salita con gli sci. Alzo la testa solo un attimo e di fronte vedo un lastrone a 45/50° di ghiaccio luccicante e verdastro. Saranno si e no venti metri con un saltino di due praticamente verticale. “E ades che fomm???” si materializza nella mia mente l’angusto interrogativo… Tristan non tentenna e con poderosi colpi di piccozza e ramponi salta letteralmente il muretto iniziale ed incomincia a risalire con metodicità il salto superiore. La corda si tende. Tocca a me. Non voglio pensarci troppo e ascolto una voce che da un passato da cascatista già abbastanza lontano mi sussurra all’orecchio “…il segreto sta nel fidarsi degli attrezzi!”. E mi fido, eccome. Colpo di piccozza non troppo violento, se non ricordo male; caricare moderatamente l’attrezzo e scaricare sulle punte dei ramponi e via! Funziona! Ostrega funziona veramente. E siamo tutti già oltre. Non ho finito di rallegrarmene che Tristan attacca una cresta che a parere mio di facile non ha un tubo. Sarà inclinata a 40° gradi con sopra sessanta/settanta centimetri di polvere e sotto quello stesso ghiaccio vivo di cui sopra. “What’s the matter???” ("come'è la storia???") urlo con voce roca a Tristan. E’ già sulla cresta. “It’s very exposed!!”. Exposed?? Esposto, vuol dire esposto; hai capito bene. Nooo! Io odio i terreni esposti senza lo sputo di una sicura. E siamo in tre legati ad un’unica corda! Voglio un bel fix del 10, o almeno uno spit dell’8. Lo voglio qui davanti a me! Ma per quanto lo desideri non si materializza nessuna luccicante piastrina. La corda si tende. Salgo. La neve inaspettatamente tiene. Uno sguardo a sinistra. Un pendio di 200/300 metri a 60° con ghiaccio da freezer. Uno sguardo a destra. No meglio che non guardi né a sinistra né tantomeno a destra. Perché a sinistra c’è un baobao non indifferente. Ma quello a destra è proprio brutto, nero e sicuramente mangia pure i bambini!!. Tristan si mantiene esattamente sulla cresta. Tristanuccio mio perché c.... stai su sto filo d’Arianna invece che a sinistra? Se voliamo a sinistra forse ci salviamo. Ma se ci tuffiamo a destra arriviamo a Sass Fee in dieci secondi netti. Saas Fee che è là in fondo, quattromila metri più giù, con le sue casettine tanto piccine che paiono finte…Ma Tristan si mantiene là dove dove salire. Dove glie lo dice la sua esperienza indubbiamente superiore alla mia. E lo seguo. Non c’è n’è più per nessuno. Sono io, questa piccozza che deve affondare ben bene, questi ramponi che grattano e questa lama nel cielo che prima o poi deve finire. Mi meraviglio di essere incredibilmente tranquillo, ho tutto sotto controllo forse perché il luogo dove stiamo è di indescrivibile fascino, di inaudita grandezza. Tale da prevaricare la paura e facilitare una profonda concentrazione. E’ finita la cresta. Siamo su un calottone di ghiaccio azzurro. Si, adesso la vedo. Non è un miraggio. Ed è là. Ma non ci siamo ancora! La vetta è più in là. Ma questo è l’ultimo là! Faccio segno a Tristan che merita senz’altro di essere il primo a raggiungere l’esile croce al termine di un’altrettanto esile cresta di roccette. Parte e torna con sicurezza. Parto a mia volta e sono sicuramente più impacciato. Forse per l’emozione. Agguanto la croce. Balenga!! Ma possibile che anche la croce non sia bella solida, buona per farci un ancoraggio magari??? Sintesi di questa ascensione fra cielo e terra. Delicata instabile metafora di un’esperienza tesa nella breve distanza che separa la realizzazione del sogno dal suo infrangersi. Contro le nostre paure e contro la sublime incertezza della montagna.

 

Dom de Mischabel, 15 maggio 2005

 

 

L'infinito panorama di ghiacci che si gode dalla cima del Dom de Mischabel.

 

(*) assolutamente da evitarsi con stufa rovente.....Pinocchio docet....

Sandro durante la salita della lunga ferrata alla Domhütte.

Metodo polacco contro i congelamenti...(*)

Seracchi dell'Hobärggletcher

Sandro nei pressi del Festijöch.

Discesa del Festigletcher con la cima fra le nubi.