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Qualche volta sedetevi e state ad ascoltare i vecchi...

 

Magnifici erano i tempi dove riuscivamo a stare in punta di scarpette sui microcristalli della tonalite di Val Salarno con il pianta spit a mano ad aprire nuove vie verso l’alto, con l’ultima protezione a 10 metri…. E a sentire uscire il fiato della terra davanti all’imbocco oscuro di una grotta inesplorata.    

 

Una delle fortune della mia generazione è di aver vissuto la parte finale di quell’era o meglio di quei tempi, in cui ancora i giovani (non sempre) si sedevano ad ascoltare i racconti degli anziani. Non vi rendete conto se non in parte, quale patrimonio andate perdendo, che ogni giorno scivola di qualche centimetro verso l’abisso del dimenticatoio e l’oblio del non ricordo. Una fonte inesauribile di consigli, costruita sul filo  sottile tra favola e leggenda, vita vissuta o racconti tramandati da tempi remoti sconosciuti persino al narratore del momento. Fortuna ho detto, per quanto mi riguarda che, nei momenti d’incertezza della vita quotidiana, su una parete, negli angoli di una grotta, davanti a un pendio di neve “dall’odore” di bruciato, sotto una enorme stalattite di ghiaccio che lo stesso peso rischiava di strappare, la mia testa sia andata a pescare nell’esperienza altrui; talvolta in gioventù ero riuscito a fermarmi ad ascoltare nonostante il mio carattere mi portasse sempre ad essere Davide davanti a Golia (fortuna sfacciata ho detto). Non si pensi che non abbia corso i miei bei rischi di gioventù e qualcuno anche in età più avanzata; dalle fughe dalle pattuglie dei carabinieri di controllo, ben sapendo che la marmitta del “cinquantino”, per fargli guadagnare qualche cavallo era rigorosamente senza anima. Allora difficilmente si rischiava di prendere una raffica di mitraglietta nella schiena; al massimo ti tiravano dietro la paletta bianca e rossa. Certi che il mitico pulmino Fiat 850 della Benemerita mai ci avrebbe raggiunto. Sotto questo aspetto le “dritte” giuste venivano dai fratelli maggiori, dagli zii quasi coetanei o dagli amici pizzicati precedentemente e finite, con il maresciallo della stazione per la ramanzina, davanti all’uscio di casa con la mamma in lacrime.

Oppure nelle spensierate calde estati passate sul lago d’Iseo dopo la chiusura delle scuole dove la torre del porticciolo dell’isola di Loreto diventava lo scoglio della nostra Acapulco locale. Dall’alto del terrazzino guardare l’acqua in basso faceva venire la famosa pelle d’oca ancora prima di toccarla; ma anche in questo frangente non era pura pazzia. Sapevamo esattamente dove e in che momento saltare (il punto dove il lago è più profondo e privo di sporgenze rocciose), per essere stati a sentire e ad osservare pazientemente i migliori e più vecchi tuffatori locali. Certamente non si aboliva l’alto rischio, ma non era un tuffo incosciente nel buio.

Racconti e attente osservazioni di chi ci aveva preceduto nell’impresa, aiutavano a far rientrare il rischio su valori accettabili, anche se da molti (i vecchi) non condivisa ovviamente.

Addirittura oggi si accompagnano i figli a scuola o all’oratorio, nonostante le strutture siano a 200 metri da casa…. A sei anni sapevamo attraversare la strada di un centro cittadino, guardare il marmo agli angoli delle vie con inciso come da secoli s’usa il nome di una strada o di una piazza per sapere la nostra posizione in una città e per memorizzarla per il futuro. Oggi no; se chiedete a un giovane dove si trova per andare a prenderlo, la risposta sarà, vicino al Mc Donalds tale…., al locale tal’altro. Sapevamo anche che non era il caso di attraversare certi giardini pubblici al calare della sera per non correre il rischio che “qualcuno” ci chiedesse di fargli toccare quello che avevamo nei calzoni. Noi vestivamo al Marinara con brache rigorosamente corte in estate e in inverno (alla zuava con i calzettoni di lana, con la bellissima camicia Carlo Mauri a scacchi colorati ad arrampicare). Non eravamo dilettanti allo sbaraglio, ma crescevamo con il ritmo naturale della vita, senza erigere muri e barricate a difesa;  certamente non migliori della gioventù del terzo millennio, solamente diversi nell’approccio alla vita.

Potrei continuare per ore o per diverse pagine, preferisco però tentare una mia personalissima analisi.

Il pensiero ricorrente è: cosa possiamo fare e dare a questi giovani perché rischino il meno possibile la pelle (in grotta, in montagna, sulla roccia e sul ghiaccio, in falesia, nella quotidianità di tutte le 365 albe e tramonti di un anno….). La certezza è che oggi tutto è diventato più difficile e complicato di allora; anche respirare quella miscela così povera di ossigeno e ricca d’ogni altra schifezza. In parte è colpa anche di noi genitori, che non raccontiamo più ai figli il passato e le favole dei nostri nonni; terrorizzati al solo pensare che ci credano non tecnologici e aggiornati con i tempi, i famosi matusa della nostra gioventù anni 60 e 70.

Sempre più stiamo perdendo quei sensi dell’animale che in qualche angolino albergano ancora in noi, grazie ai telefonini, alle radio, agli orologi tuttofare, ai gps, alle strade, alle funivie, agli elicotteri ed alle altre mille tecnologie che relegano quel famoso sesto senso all’ultimo posto della graduatoria di cose da mettere nello zaino.

Spero di non essere testimone tra poco di simulatori elettronici per l’arrampicata o giochi della Playstation per salite dai 3000 metri ai 9000 con discesa in parapendio virtuale, così non ci sarà più nemmeno bisogno di sporcare le mani nella magnesite o soffrire quota e freddo. Certo con questi artefici il rischio sarà azzerato totalmente.

Non ho nessuna formula magica, ma solo un bagaglio di consigli venuti dalla mia esperienza e da quella di altri che hanno saputo e voluto trasmetterla.

Una parte di un antico detto delle arti marziali dice: “Guarda e ricorda”  e inizierei da queste due parole che, se divise, ben poco ci possono dire, ma unite possono avere la forza di creare una formula magica. Osservate, guardate, non siate timidi e aggiungete anche qualche domanda, tornate a guardare chi arrampica bene, non troppo lento, ma neanche troppo nervosamente e velocemente.

Osservatelo mentre si lega la corda all’imbrago, senza farsi distrarre da musica, chiacchiere e barzellette, in quel momento gli tornano nella testa le decine di incidenti di falesia e montagna per nodi non finiti o addirittura non fatti per distrazione. Il tipo fa’ proprio al caso vostro. I suoi piedi sanno sempre dove andare (e li appoggia una sola volta), le dita armonicamente vanno a  posizionarsi sugli appigli, moschettona dalla giusta parte i rinvii con la stessa facilità di quando abbassate il vetro elettrico dell’auto. Non per ultimo, prima di attaccarsi alla sosta di calata la visiona in cerca di eventuali problemi della stessa. Non parla molto, ma se interrogato saprà esaudire i vostri quesiti motori e tecnici, condendo anche con note ambientali, paesaggistiche, storiche. In salite di più tiri rispetta le altre cordate, che esse siano davanti o che seguano, senza sorpassi da gran premio o scaricando pietre quasi volutamente. Usa in queste salite sempre il casco, come il suo compagno e se uno dei due ne è sprovvisto, entrambi girano i tacchi per cappuccio e brioche (al  sottoscritto va’ benissimo anche un pirlo rigorosamente con il Campari).

Vive intensamente i suoi momenti, ma non si dispera quando piove e la roccia come è nel ciclo naturale della meteo si “BAGNA”. Non fidatevi eccessivamente degli scalatori che per qualche ora d’arrampicata si farebbero assicurare dal proprio cane; siamo d’accordo che Fido è il migliore amico dell’uomo, ma non esageriamo. Non parte per salite di misto o ghiaccio quando lo zero termico viene dato in pieno inverno all’altezza della cima del Monte Bianco. Certamente non è facile trovare tante qualità nel vicino della porta accanto. Si può costruire un’ottima cordata semplicemente avendo l’umiltà e la tranquillità di non voler bruciare le tappe del cammino che soggettivamente può essere più o meno lungo per arrivare a un buon livello (il famoso GRADO esteso a qualsiasi ambiente sia esso di roccia o di ghiaccio o mescolati insieme).

Un’altro aspetto da non sottovalutare è la facoltà di rispettare gli altri (arrampicatori) non denigrando chi arranca in falesia per mancanza di allenamento in quel momento o perché il suo grado massimo è il 6c, 6c che sale in falesia come tranquillamente lo fa’ sulla “via del Pesce” in Marmolada. La reciprocità è ovvia: falesista/alpinista, alpinista/falesista, l’uno rispetti l’altro. Quanto detto vale anche per il principiante che vuole imparare, anzi siate prodighi nell’aiutarlo tecnicamente e mentalmente come dei Maestri Jedi.

Gli esborsi di denaro, tanto o poco, per la Nostra passione, fate sì che siano investiti tendendo più alla sicurezza che alla moda. Non pensateci più di un nano secondo ad abbandonare un moschettone, un rinvio, una fettuccia cucita nuova, quando siete seriamente in difficoltà o incalzati dalla bufera. Sotto questo aspetto non  riesco ancora a convincermi delle scelte di aziende ed anche degli acquirenti di queste, sulla produzione di corde singole da 9 mm e qualcosina (dove arrestare una caduta diventa cosa seria e gli spigoli vivi della roccia sono “da guardare e non toccare”). Ottimi questi nastri di fibre sintetiche per chi sale l’8C quasi a vista, ma per chi arriva al massimo al 6c/7a come la maggior parte della tribù arrampicatoria, gli obsoleti cordoni da 10/10,5 mm vanno tutt’ora benissimo (visti anche gli avvicinamenti alle falesia irrisori, parliamo di minuti). Conosciate voi stessi, ma altrettanto bene i materiali e le tecniche da adottare nella splendida attività dell’arrampicata. La sicurezza a mio avviso si ottiene anche nel rispettare l’ambiente naturale, tenendolo decorosamente pulito (di latrine e discariche a cielo aperto ne abbiamo a sufficienza). Non sradicate o tagliate piante se non strettamente necessario; non abbandonate cerotti per le dita e vecchi cordoni; i vostri bisogni sotterrateli. Questi ambienti naturali (pareti di roccia o ghiaccio) devono essere messi in sicurezza ogni qualvolta notiate pietre pericolanti, appigli malsicuri, aree sottostanti i tiri non adeguate per la vicinanza di salti pericolosi; “sfrangiate” nei limiti del possibile formazione ghiacciate sospese. In pratica pensate anche agli altri.

ALPINISMO e MONTAGNA, PREMESSA; come si legge su tutti i manuali “l’arrampicata e l’alpinismo sono attività potenzialmente pericolose….”; quanto di seguito è ciò scrivevo sulle dispense dei corsi di speleologia del Gruppo Grotte Brescia come introduzione alla Sicurezza (note credo applicabili anche alla montagna e all’alpinismo).

Solitamente gli speleologi sono persone ben addestrate e abituate ad operare in condizioni ostili nelle cavità naturali; spesso questo li porta a comportarsi all'esterno con baldanza e in alcuni casi con superficialità. Queste condizioni accadono in particolare modo all'uscita dalle grotte e nei trasferimenti alle auto.

Non dimentichiamo mai che la speleologia (e l’alpinismo) si fanno in montagna, in alcuni casi in condizioni estreme. Ottimi  e buoni speleologi il più delle volte si trasformano in pessimi alpinisti e scialpinisti o in mediocri arrampicatori. Fuori da una grotta, come accade al termine di una difficile via d'arrampicata o di una salita impegnativa in sci, il rilassamento e la deconcentrazione abbassano il livello di guardia a livelli minimi; di conseguenza la sicurezza è nettamente compromessa. All'esterno le condizioni possono essere mutate: forti nevicate, temporali, nebbia fittissima, gelicidio.

I pericoli in montagna sono ovunque. Prendere coscienza di questo attenua notevolmente il potere malefico di situazioni imprevedibili. Il rischio in montagna è irriducibile, ma la capacità di scelta responsabile ed intelligente ci riportano nei binari della sicurezza. Conosciamo prima i pericoli, senza ricercarli per meglio evitarli. La montagna di per sé non è un mostro sanguinario; l'ignoranza, la superficialità, la presunzione, possono trasformarla in tale. Le responsabilità di un incidente sono spesso da ricercarsi nella vittima stessa. Quando si verifica un imprevisto il distrarsi è la prima imprudenza.

Questa invece era la conclusione:

………come avrete capito, solo una volta nel proprio letto al calduccio si è certi di avere concluso un'avventura speleologica o alpinistica (anche se il dottor Camerini sostiene che il maggior numero di decessi nel mondo avviene in un letto…..). Quindi anche in macchina allacciate le cinture di sicurezza e tenete sempre a portata la foto del vostro istruttore che vi dice:" Non correre, pensa a me"!

Parlando di ALPINISMO, una delle attività più inutili sulla faccia della terra, come la definivano grandi alpinisti, ma che quasi sempre prende anima e corpo d’ognuno, ci si addentra in un ginepraio senza uscita e non vorrei dilungarmi più di tanto. Certamente ogni singolo ha la libertà di interpretare, nel rispetto di se stesso, degli altri, dell’ambiente, …..LA SUA MONTAGNA, che sia una semplice camminata su sentiero o la Nord del Cervino.

Fuga per la libertà la definirei, fondamentale però che non diventi carcere duro tipo Cayenna.

Spazi liberi ed incontaminati a tutti i livelli ne esistono ancora, basterebbe vederli o solamente sognarli per renderli reali.

Ci faccia pensare l’esempio scaturito da una delle innumerevoli discipline dell’alpinismo, le scalate su cascate di ghiaccio di bassa difficoltà, ad esempio II/3, dove in stagione oggigiorno, in Val Daone nei fine settimana, sembra d’essere in una qualsiasi falesia di Arco nei giorni di affollamento. Mentre le cosiddette vie classiche di roccia non hanno più code come un tempo all’attacco. Frutto della commercializzazione di ogni sfera della montagna che porta molti a sentirsi invincibili con un paio di Rambo ai piedi e nelle mani due Nomic o a seguire la logicissima linea dettata dagli spit, per poi magari perdersi sulla normale al Campanil Basso.

Alla fine purtroppo può anche accadere che rimanga travolto qualcuno sotto una valanga su quella cascata facile facile, ma che era anche il più bel colatoio di slavine del reame; o bloccato in parete per aver sbagliato le doppie. Ricordiamoci che non tutti siamo dei “numero 1” alla Cassin e Bonatti o recordmen dell’Eiger e del Capitan o della salita (slegati…) del Pesce. Sicuramente è difficile discostarsi dagli standard della società attuale anche in montagna; ma almeno proviamoci.

Citando una frase da caserma: “l’anzianità fa’ GRADO”, ovviamente per chi riesce a raggiungerla.

E alla fine dopo questo tortuosa arrampicata (allungate i rinvii) tra frasi e parole …., non sempre è una faccenda di gradi.  

                                              

Alberto Damioli (BIBO) 

 

Apertura a metà degli anni '80 in Val Miller (Adamello).

Apertura negli anni duemila al Monte Colt (Arco di Trento).

Anni '90 in Lavaredo.

Dry tooling al Bus del Quai.

Ice climbing in Val Remir.

Una Maddalena diversa.

Verticalità e megie cromatiche della dolomia del Brenta.

Febbraio 2011: dry tooling alla nuova falesia "Morgana" in Val Adamè.