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"Atlantica"

Sotto un cielo rorido di stelle

 

La valle dell’Adamè è forse la valle più propriamente “adamellica” del massiccio; la sua ariosità e grandiosità paiono trasmettere a chi ne percorra il piatto fondovalle cesellato dal placido Poia d’Adamè quel sentore di infinito ed immensità che è la caratteristica saliente e più facilmente avvertibile del gigante retico. Man mano si procede per i quasi 10 km del suo considerevole sviluppo, questa sensazione si fa sempre più marcata fino a quando, toccando il cuore del grande solco, si giunge al cospetto della grandiosa triade Corno Meridionale dell’Adamè – Corno dell’Adamè – Antecima del Monte Fumo. La presenza di nevai perenni, il colore della roccia che va dal grigio scuro tipico della tonalite al rosso fuoco sino alle tonalità argentee delle belle pareti delle Punte delle Levade, il superbo pianoro erboso del Pantano dell’Adamè con in sui bizzarri giganti di pietra rilasciati nel corso dei secoli dal vicino ghiacciaio che fa capolino con tutti i colori dell’azzurro;  i corsi d’acqua talvolta trasparente, talvolta d’indaco per la sabbia discioltavi; tutto contribuisce alla gioia degli occhi e del cuore. Qui siamo in uno degli angoli magici dell’Adamello. E la malia la si avverte sotto pelle come una leggera brezza elettrica che si aggiunge talvolta ai refoli gelati che rotolano dal vicino piano infinito qui invisibile ma chiaramente avvertibile.

E’ alla testata della valle che nell’estate del 2010 con gli amici Gianni Tomasoni e Waler Visinoni abbiamo deciso di tracciare una nuova via sulla più evidente struttura della zona: la grande e complessa parete Sud del Corno dell’Adamè.

Questa parete, attraversata da grandi fasce orizzontali di strapiombi (una vera eccezione in Adamello dove la struttura predominante è la placca più o meno abbattuta, più o meno liscia; non certo gli strapiombi che sono una struttura propriamente dolomitica!) si pone subito all’attenzione dell’osservatore; alta quasi 800 metri termina con una curiosa serie di cuspidi e torri che fanno somigliare la montagna, grazie anche al colore della roccia mai troppo scuro, ad un gigantesca cattedrale gotica.

Si rimane abbastanza stupiti vedendola nell’apprendere che questa parete risulta salita per una via tutto sommato facile più di 50 anni fa; una via che non supera il IV grado anche se lunghezza, impegno complessivo ed isolamento dei luoghi non devono farla certo ritenere una scampagnata. Anche il rientro per il ghiacciaio e per l’interminabile valle non è cosa da sottovalutare…

Comunque il nostro intento era tracciare un nuovo itinerario che cercasse di salire il più centralmente possibile la parete là dove l’itinerario classico di fatto ne percorreva quella sorta di spigolone che la delimita a destra. Questo senza impattare nelle grandi fasce centrali di tetti che avrebbero quasi certamente obbligato ad artificializzare.

In quattro giorni di salita compresi i lunghi avvicinamenti e con un bivacco in parete programmato (un’esperienza onirica sotto un cielo tappezzato di stelle…) è nata “Atlantica”; il nome vuole essere un tributo alla grandiosità dei luoghi e all’appartenenza ad un mondo totalmente altro che lassù si fa sintesi fisica ed emozionale come sa concedere ogni grande parete che si rispetti.

 

22/07/2010.

Fervono i preparativi; in cantina sul tavolo che utilizzo per preparare le mie escursioni vi è una montagna di roba; stento a credere che dovrò sobbarcarmela per ore e ore. Preferisco non pensarci; mi pare di sentire le rotule scricchiolare! La via andrò ad aprirla con Gianni Tomasoni ed un suo amico; Gianni è uno dei più prolifici apritori orobici di vie moderne; recentemente ha “scoperto” l’Adamello dove ha tracciato alcuni bellissimi itinerari. Conosco Gianni solo via Internet! Mai fatto nulla assieme. Abbiamo ripetuto ognuno delle nuove vie dell’altro. Tutto qui. La nostra prima via in compagnia sarà la nostra più lunga apertura per entrambi! Miracoli del web! L’amico di Gianni, Walter, che ovviamente parimenti non conosco, è alla sua prima esperienza di apertura e si candida come portatore; ruolo che implica modestia e sacrificio ma che in salite come queste è a dir poco determinante. A me e Gianni toccherà salire da primi avendo il privilegio di progredire su terreno sconosciuto; esperienza di una intensità struggente e dal fascino tremendo divenuta nel corso degli anni per entrambi una sorta di sostanza allucinogena di cui è impossibile privarsi nella bella stagione; istinto creativo, senso del mistero, gioia della novità, tensione talvolta esasperata e lancinante verso ciò che si riesce solo ad intuire e che apprendiamo centimetro dopo centimetro, arrancando oltre le nostre paure, talvolta vincendole, talvolta subendole, talvolta soccombendo ad esse; ma solo temporaneamente perché ciò che alla fine ci fa muovere è il senso della scoperta che ciascun uomo cela dentro di se; quel senso che si può manifestare in mille modi negli affetti, nel lavoro, nello studio, nella scienza. Aprire una via su una parete è solo una manifestazione di quella tensione che da sempre ci muove verso ciò che ci è sconosciuto e che ci ha fatto uscire da un caverna umida e male illuminata a sfidare la bellezza e la pericolosità del mondo qualche milione di anni fa.

 

24/07/2010.

Ore 3.30. La sveglia suona ma anche se non avesse suonato è tanta l’adrenalina che ho già in circolo che chiudere occhio è stato impossibile nonostante abbia letto fino all’1.00. Schizzo in macchina (già stra-carica) e mi fiondo in valle Camonica.

Ore 5.00. Malga Lincino, alta Val Saviore; sono puntuale come uno svizzero e facendo l’ultimo tornante noto un furgone sulla sinistra con un tale che si allaccia gli scarponi; vado a girarmi poco oltre e parcheggio dietro il furgone. “Oilà, si va per la Sud del Corno dell’Adamè??”. Chi mi risponde è un omone sul metro e novanta e passa con due spalle così; Walter! E dovè il capo spedizione?? Dalla strada scende trotterellando il medesimo. Così finalmente conosco Gianni; chissà perché me lo ero immaginato alto e magro; invece è sul metro e sessantacinque e largo di spalle; ha un casco di riccioli lunghi e neri come il carbone per i quali, proto calvo quale sono, provo una certa invidia. Gianni ha 52 anni ma se non lo sapessi glie ne darei 40 al massimo. Va bè, miracoli delle capigliature abbondanti! Si caricano gli zaini; abbiamo programmato un bivacco all’aperto; siamo carichi da paura; almeno 28-30 kg a testa. Meglio non pensarci.

Ore 10.00. Abbiamo attaccato nel punto più basso della parete nei pressi di un comodo terrazzo; fa un freddo non da poco e ho sbagliato abbigliamento per questo primo giorno; sono troppo leggero e barbello tutto il santo giorno senza mai riuscire a scaldarmi; oggi apre Gianni; meglio va là; il livello di humor eroicus oggi è al lumicino. Speriamo meglio domani.

Ore 18.30. Nonostante si sia girato un’ora attorno al nostro grande macigno in cui si era programmato di pernottare, io e Walter siamo sempre più perplessi; il fondo dell’antro formato dal gigantesco lastrone è a dir poco sconnesso e di materiale minuto per appianare il terreno vicino non  ce n’è. Certo, davanti al lastrone vi è una sorta di vasto balcone in cui potremmo stare comodamente sdraiati tutti e tre; ma la serata è perfettamente allineata, quanto a temperature, alla giornata: maledettamente gelida! Ed il forte vento che soffia da nord mette in preventivo una notte di quelle lunghe e sofferte! Nonostante il Gianni abbia già sistemato una sbilenca amaca (ma come fanno i messicani poi a dormirci in ‘sti bozzoli!!) a maggioranza si decide saggiamente per un ripiego al vicino e ben visibile Ceco Baroni.

Ore 20.00. Siamo al bivacco Ceco Baroni, minuscolo ma apprezzatissimo nido d’aquila sospeso sull’interminabile valle che da qui appare in tutta la sua grandiosità. Bellissima serata in compagnia allietata da una buona bottiglia di Barbera! Portare il nettare divino sin qui costa sempre fatica ma ne vale assolutamente la pena!

 

25/07/2010.

Oggi è una giornata magnifica come ieri del resto ma meno fredda fortunatamente; vista l’esperienza ibernizzante di ieri sono vestito di tutto punto e l’aria frizzante dei 3000 adamellini è qualcosa che apprezzo più che patire; il sole fa la sua parte anche se le mani sembrano non accorgersene molto! Dopo un paio di lunghezze su una magnifica placca che Gianni supera con uso parsimonioso di ancoraggi e che si rivelerà il tratto chiave della via, passo a condurre e dopo una facile lunghezza con roccia molto frazionata mi ritrovo impegnato in una fessura obliqua che mi da del filo da torcere; perdo non poco tempo e quando siamo di nuovo riuniti il tempo sta ormai cambiando; continuo per una bellissima placca non troppo difficile ma giunto ad una cengia sistemo un ancoraggio e mi faccio calare; e poi giù per veloci doppie fino al nevaio basale.

 

Da sotto la parete è veramente grande! “Qui o si bivacca là sopra o non la finiamo più!”; Gianni lancia l’idea che si fa progetto. Vada per il bivacco per la prossima volta!

 

09.08.2010.

E’ stata una giornata lunghissima e siamo tutti e tre cotti a puntino. Aprire come si è usi noaltri sistemando soste a prova di bomba ed ancoraggi intermedi là dove le protezioni risulterebbero difficili o impossibili con mezzi tradizionali, significa sobbarcarsi pesi pazzeschi; ed il “pis” che in dialetto bresciano vuol dire tutt’altro ma che per i bergamaschi significa “peso” è la costante di questa giornata; portare a 5 ore di cammino dal fondovalle su una parete alta quasi 800 metri tutto il materiale da armo e da bivacco è stata dura; soprattutto per l’indomito Walter che ha risalito con le jumar tutto il giorno avanti e indietro mentre io e Gianni aprivamo.

Sono ormai quasi le sette di una giornata mite e piena di luce da scoppiare; mi dolgono gli occhi avendo dimenticato gli occhiali da sole; ora siamo riuniti su una cengetta che pare un giardino sospeso, cosparso di ciuffi d’erba impreziositi da tanaceti e ranuncoli; la cengia  è un poco sbilenca ma abbastanza spaziosa per tutti; nonostante si resti prudentemente legati, ci si organizza per passare alla meno peggio “a nuttata”!

 

Mi sveglio; apro un poco la zip quasi completamente chiusa e sento lo scricchiolio del ghiaccio formatosi all’esterno del sacco da bivacco; oltre a tutto quello avevo ho pure indossato il giubbetto di primaloft ma sto appena bene! Sbircio fuori. E’ una magica volta tappezzata di rilucenti diamanti aspersi su un velluto nero.

 

10/08/2010.

Dormicchiamo fino alle sette e mezza; poi, tra lamentazioni e sogghigni si esce allo scoperto; siamo già al sole e si sta magnificamente; ci facciamo un tè e poi tra sornioni commenti sulla notte appena trascorsa ci si prepara; non deve mancare molto; o forse semplicemente lo speriamo!

 

Gianni ha fatto la parte del leone anche oggi e conduce le ultime lunghezze su una bella roccia rossastra ricca di concrezioni; l’orizzonte si fa sempre più ampio ed il panorama circostante sempre più interessante; la visuale da quassù verso la Cima delle Levade ed il Carè Alto è superba! Gianni ci richiama ed ormai siamo tutti e tre riuniti oltre i grandi blocchi lichenosi sommitali; ci possiamo slegare ed in un minuto siamo sulla sommità circondati da un panorama spaziale. Una stretta di mano ed una foto sono d’obbligo. Poi ce ne stiamo in silenzio a crogiolarci al sole per una decina di minuti e lasciamo che sia la montagna a dirci qualcosa. L’ometto della sommità, coperto di antichi licheni, ci conferma di essere su una delle montagne più neglette del massiccio ma al contempo emblematica della selvaggiosità e del fascino di questo massiccio.

 

E’ giunto il momento di lasciare questo angolo di mondo così magico ed unico; divenuto per noi la tessera di un mosaico di ricordi indelebile; consci ancora una volta di essere stati partecipi di un’esperienza di vita ed amicizia in cui la montagna ha giocato, ancora ed inevitabilmente, un ruolo da protagonista assoluta.